Aprire o gestire una filiale in Francia: perché la Francia è una priorità per le imprese italiane
La Francia non è un mercato estero qualsiasi per le aziende italiane. È il secondo partner commerciale dell’Italia a livello globale, con un interscambio che ha superato i 112 miliardi di euro nel 2025 in crescita del 6% rispetto all’anno precedente. Le esportazioni italiane verso Parigi si attestano a circa 65 miliardi di euro, con un saldo commerciale positivo per l’Italia di oltre 17 miliardi.
Sul fronte degli investimenti, il quadro è altrettanto significativo: l’Italia conta oggi 1.918 imprese a controllo italiano in Francia, che impiegano oltre 95.000 lavoratori e generano circa 61 miliardi di euro di fatturato annuo. Tra il 2019 e il 2023, la Francia ha rappresentato addirittura la prima destinazione assoluta delle acquisizioni italiane all’estero, con 134 operazioni concluse per un valore di circa 35 miliardi di euro (fonte: KPMG / Ambasciata d’Italia a Parigi, Rapporto Investimenti Italia-Francia, IV edizione 2026).
In questo scenario di straordinaria integrazione bilaterale, la domanda che sempre più CEO, DRH e dirigenti italiani si pongono è la stessa: “Come gestiamo correttamente la presenza in Francia, dal punto di vista legale e del lavoro?”
La risposta, purtroppo, è spesso arrivata dopo il problema.

aprire o gestire una filiale in Francia
Filiale, succursale o ufficio di collegamento? La scelta strutturale che condiziona tutto
Prima ancora di parlare di dipendenti e contratti, la prima decisione critica riguarda la forma giuridica della presenza in Francia. Esistono tre livelli, con implicazioni radicalmente diverse:
1. Il bureau de liaison (ufficio di collegamento) È la forma più leggera: nessuna personalità giuridica autonoma, nessuna iscrizione al Registro del Commercio, nessuna imposizione fiscale francese. Può svolgere esclusivamente attività non commerciali: ricerche di mercato, azioni promozionali, deposito di prodotti. È il punto di partenza ideale per “esplorare” il mercato, ma il primo errore frequente è quello di fargli svolgere attività commerciali reali — trasformandolo de facto in una stabile organizzazione agli occhi del fisco francese, con conseguenze fiscali retroattive.
2. La succursale (branch) Non ha personalità giuridica propria, ma è una stabile organizzazione ai fini fiscali: è soggetta all’imposta sulle società e all’IVA francese. La casa madre italiana risponde in solido di tutti i debiti. La succursale è diretta da un rappresentante legale (in genere un dipendente della società madre) e deve essere obbligatoriamente registrata al Registro del Commercio e delle Società (RCS). Qualsiasi difficoltà finanziaria ricade sulla capogruppo.
3. La filiale È una società di diritto francese a tutti gli effetti con personalità giuridica autonoma, capitale proprio e responsabilità limitata alla quota investita. Offre la massima autonomia operativa e, in linea di principio, protegge meglio il patrimonio della casa madre. Tuttavia è la forma più regolamentata, con obblighi societari, contabili e lavoristici a pieno regime.
L’errore più comune: scegliere la forma strutturale in base alla rapidità di apertura, senza valutarne le conseguenze in materia di responsabilità, imposizione fiscale e diritto del lavoro applicabile.
Le 7 trappole legali più frequenti per le aziende italiane in Francia
1. Distaccare dipendenti in Francia senza rispettare le formalità obbligatorie
Il distacco di lavoratori italiani in Francia è una pratica diffusissima — e sistematicamente sottovalutata. Prima di inviare un dipendente sul suolo francese, anche per pochi giorni, il datore di lavoro italiano è tenuto a:
- Inviare una dichiarazione preliminare di distacco all’Ispettorato del Lavoro francese tramite il portale SIPSI;
- Designare un rappresentante domiciliato in Francia, che conservi tutta la documentazione a disposizione delle autorità per almeno due anni;
- Applicare le condizioni di lavoro previste dalla legislazione francese in materia di retribuzione minima, orario di lavoro, riposi e ferie — anche se più favorevoli di quelle italiane.
In particolare, il datore è tenuto ad applicare almeno lo SMIC (salario minimo interprofessionale di crescita), oggi aggiornato periodicamente, o il salario previsto dalla convention collective francese applicabile al settore, se superiore. Non è sufficiente applicare il contratto collettivo italiano.
La sanzione per omessa dichiarazione può arrivare a 4.000 euro per lavoratore (8.000 in caso di recidiva), con possibilità di interruzione immediata dei lavori.
2. Ignorare la convention collective: il contratto collettivo francese che si applica senza che lo sappiate
In Italia, la scelta del CCNL applicabile ha una certa flessibilità. In Francia, la convention collective de branche si applica automaticamente in funzione dell’attività principale dell’azienda — indipendentemente da ciò che le parti hanno firmato nel contratto individuale. Ci sono oltre 700 convenzioni collettive di settore in Francia.
Ignorare quale convention collective si applica alla propria filiale o succursale significa rischiare:
- Retribuzioni minime inferiori ai minimi di categoria francesi;
- Classificazioni professionali errate;
- Clausole su orario, straordinari e riposi non conformi;
- Regime del “forfait jours” (sistema di organizzazione dell’orario per i cadres) applicato senza rispettare i requisiti formali obbligatori — una delle fonti di contenzioso più prolifiche di questi ultimi anni.
3. Licenziare “all’italiana” in un contesto francese
Questo è uno degli errori più costosi. Le imprese italiane sono spesso abituate a procedure di licenziamento relativamente snelle. In Francia, la procedura è codificata in modo rigoroso e qualsiasi vizio formale — anche per un licenziamento materialmente giustificato — espone l’azienda a sanzioni significative.
La sequenza obbligatoria per un licenziamento individuale comprende:
- Convocazione a un colloquio preliminare (entretien préalable) con preavviso scritto di almeno 5 giorni lavorativi;
- Svolgimento del colloquio, nel corso del quale il dipendente può farsi assistere da un rappresentante;
- Lettera di licenziamento motivata, inviata soltanto dopo un minimo di 2 giorni lavorativi dalla data del colloquio, con una motivazione precisa e verificabile.
Non è sufficiente indicare “insufficienza professionale” o “perdita di fiducia”: la motivazione deve essere concreta, verificabile e documentata. In caso di vizio procedurale, la sanzione tipica va da 1 a 6 mesi di stipendio lordo, anche quando il licenziamento è fondato nel merito.
L’indennità legale di licenziamento (indemnité légale de licenciement) — esclusi i casi di faute grave — ammonta almeno al 25% della retribuzione mensile di riferimento per ogni anno di anzianità fino a 10 anni, e al 33% per gli anni successivi. Senza contare quanto previsto dall’eventuale convention collective applicabile, che può essere più favorevole.
4. Usare il contratto a termine (CDD) come se fosse un contratto a progetto italiano
In Francia il CDD (contrat à durée déterminée) è ammesso solo per motivi specifici e tassativamente elencati dalla legge: sostituzione di un dipendente assente, aumento temporaneo e eccezionale dell’attività, lavori stagionali, settori particolari. Non è uno strumento flessibile di gestione del personale.
Un CDD stipulato al di fuori dei casi previsti può essere requalificato d’ufficio in CDI (contratto a tempo indeterminato) dal giudice del lavoro, con tutte le conseguenze del caso in termini di anzianità, preavviso e indennità. La stessa riqualificazione può avvenire in caso di rinnovi che superino i limiti legali o di mancato rispetto del délai de carence tra due contratti successivi.
5. Sottovalutare il telelavoro transfrontaliero: le nuove regole del 2024-2025
Con la normalizzazione del lavoro da remoto, molte aziende italiane si trovano a gestire dipendenti che lavorano dalla Francia per conto della casa madre italiana — o dipendenti della filiale francese che telelavorano dall’Italia. Le implicazioni sono multiple:
- Dal 1° gennaio 2024, l’Italia ha aderito al Multilateral Framework Agreement (MFA) in materia previdenziale: i dipendenti possono mantenere l’iscrizione alla sicurezza sociale del Paese della sede del datore, anche se telelavorano fino al 49,9% del tempo dall’altro Paese firmatario. Questo evita la doppia contribuzione.
- Tuttavia, questa deroga riguarda soltanto la previdenza sociale: per fisco, diritto del lavoro e rischio di stabile organizzazione valgono ancora le norme interne e il trattato bilaterale Italia-Francia del 1989.
- Il “rischio stabile organizzazione” esiste: un dipendente che abitualmente conclude contratti in Francia per conto della società italiana può far scattare una stabile organizzazione senza che l’azienda lo sappia.
6. Trascurare gli obblighi in materia di rappresentanza del personale
In Francia, la soglia di 11 dipendenti fa scattare l’obbligo di eleggere il CSE (Comité Social et Économique), l’organo di rappresentanza dei lavoratori che ha fuso i vecchi delegati del personale, il comitato d’impresa e il CHSCT. Superata la soglia di 50 dipendenti, i poteri del CSE si ampliano notevolmente: diritto di informazione e consultazione preventiva su qualsiasi decisione che impatti sull’organizzazione del lavoro, sul personale e sulle condizioni di lavoro.
Le aziende italiane che aprono una filiale in Francia spesso ignorano questi obblighi fino a quando non si trovano di fronte a un contenzioso. Le sanzioni per ostacolo al funzionamento del CSE possono includere il délit d’entrave, reato penalmente perseguibile.
7. Non adeguare contratti commerciali e accordi di distribuzione al diritto francese
Il diritto commerciale francese presenta specificità che le aziende italiane tendono a trascurare, specialmente in materia contrattuale. Il caso più emblematico è la rupture brutale des relations commerciales établies (rottura brusca di relazioni commerciali stabili): in Francia, anche in assenza di un contratto scritto, il recesso da una relazione commerciale consolidata deve essere preceduto da un preavviso proporzionale alla durata e all’importanza del rapporto. Il mancato rispetto di questa regola — del tutto assente nell’ordinamento italiano — espone l’azienda a richieste di risarcimento significative da parte di distributori, agenti o fornitori francesi.
Perché affidarsi a un avvocato specializzato in diritto italo-francese
La specificità del contesto italo-francese non riguarda soltanto la conoscenza della lingua o del diritto locale preso singolarmente. Riguarda la capacità di ragionare simultaneamente in due sistemi giuridici — quello italiano e quello francese — identificando i punti di attrito, le opportunità di ottimizzazione e le trappole di allineamento.
Un dirigente italiano che apre in Francia ha bisogno di un interlocutore che:
- Comprenda il punto di partenza (contratti, CCNL, abitudini gestionali italiane);
- Sappia tradurlo nel quadro francese (convention collective, Code du travail, diritto societario francese);
- Anticipi i rischi prima che si materializzino, non soltanto dopo;
- Accompagni ogni fase: dalla scelta della struttura giuridica, alla redazione dei contratti di lavoro, alla gestione delle situazioni conflittuali.
Come possiamo accompagnarti
Assistiamo PMI e grandi gruppi italiani in tutte le fasi della loro presenza in Francia: dall’impostazione giuridica iniziale alla gestione ordinaria del personale, dalla negoziazione degli accordi collettivi alla gestione delle procedure di licenziamento e dei contenziosi davanti al Conseil de prud’hommes.
Se stai valutando di aprire una struttura in Francia, o se gestisci già una filiale e vuoi verificare la conformità della tua situazione, contatta il nostro Studio per un primo colloquio di orientamento.











