Economia del vino · Italia–Francia
Perché la Francia paga i suoi viticoltori per estirpare le vigne
Nel bilancio 2026, Parigi ha stanziato centotrenta milioni di euro per finanziare un piano permanente di espianto dei vigneti. Un gesto che sembra contraddire l’immagine stessa del Paese, e che racconta invece il modo in cui un’economia matura governa il declino di un settore identitario. Con implicazioni importanti per le imprese italiane.
Alla fine di novembre del 2025 il Ministero dell’Agricoltura francese ha annunciato che il governo destinerà centotrenta milioni di euro a un nuovo piano di arrachage, l’estirpazione delle viti, inserito nella legge di bilancio 2026 come parte di un “piano di uscita dalla crisi viticola”.
Ai viticoltori che accettano di eliminare i propri filari verrà riconosciuto un contributo dell’ordine dei quattromila euro per ettaro, con l’impegno a non reimpiantare vite sullo stesso terreno almeno fino al 2029. La ministra Annie Genevard ha parlato di un intervento pensato per “riequilibrare l’offerta” e restituire redditività alle aziende delle regioni più fragili.
Il Paese che più di ogni altro ha fatto del vino un tratto della propria identità nazionale sta dunque pagando i propri agricoltori perché rinuncino a produrlo. Vale la pena soffermarsi su questa immagine, perché dietro un gesto che a prima vista appare paradossale si nasconde una lezione di strategia economica. E, per chi lavora tra Italia e Francia come faccio io da oltre quindici anni, un’occasione preziosa per capire come ragiona davvero l’economia francese.

Francia vigne
Un simbolo che arretra
Non è la prima volta che la Francia estirpa. Alla fine degli anni Ottanta, un grande programma comunitario di espianto portò a eliminare, in cinque anni, circa 320.000 ettari di vigneto in tutta la Comunità europea, concentrati soprattutto nel Sud della Francia e nel Sud dell’Italia. Serviva a smaltire il celebre “lago di vino”, l’eccedenza strutturale di un’Europa che produceva più di quanto riuscisse a bere. Quella stagione sembrava chiusa. Torna oggi, e questa volta con una regia interamente francese.
Le cifre danno la misura del fenomeno. Secondo una rilevazione di FranceAgriMer, l’ente pubblico che governa il settore, gli ettari potenzialmente interessati dal nuovo piano potrebbero arrivare fino a 34.428, nella grande maggioranza dei casi con espianti parziali. Non si tratta di un episodio isolato.
Già nel 2023 il governo aveva mobilitato circa centosessanta milioni di euro per affrontare la sovrapproduzione; nel 2024 aveva ottenuto dall’Unione europea il via libera a un piano da centoventi milioni per l’eliminazione di trentamila ettari, evocando l’orizzonte, ben più ampio, di centomila ettari da rimuovere nel tempo. Ogni annuncio è un tassello dello stesso disegno: una ritirata ordinata, orchestrata dallo Stato.
Sul fronte produttivo, i numeri raccontano una vendemmia in affanno. Nel 2025, stando alle stime dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino (OIV), la Francia ha prodotto circa 35,9 milioni di ettolitri, il sedici per cento in meno rispetto alla media quinquennale e uno dei raccolti più bassi degli ultimi settant’anni.
La superficie vitata francese si contrae per il terzo anno consecutivo. Clima, malattie della vite, siccità hanno certamente il loro peso. Ma sarebbe un errore leggere l’espianto come una semplice risposta al meteo. La vigna francese arretra perché il vino francese, prima ancora dei mercati esteri, ha perso il proprio mercato domestico.
Il vino che i francesi non bevono più
È qui che la crisi rivela la sua natura profonda, e diventa una questione di cultura prima ancora che di economia. Negli anni Sessanta un francese beveva in media centoventi litri di vino all’anno.
Oggi ne beve poco più di quaranta, é un crollo di circa il settanta per cento in sei decenni, e continua ad accelerare: nei soli ultimi tre anni le vendite di vino rosso in Francia sono diminuite di circa il quindici per cento.
Le ragioni sono note a chiunque frequenti la Francia con una certa assiduità. Il vino ha smesso di essere la bevanda quotidiana che accompagnava il pasto operaio e contadino, quel vin de table che stava sul tavolo come il pane. Le generazioni più giovani lo vivono come una scelta occasionale, quando non lo abbandonano del tutto in favore della birra o di un consumo semplicemente più sobrio. La stessa Parigi che un tempo si raccontava attorno a un bicchiere di rosso oggi ordina volentieri un’acqua frizzante o un cocktail analcolico.
Per un imprenditore italiano abituato a leggere la Francia attraverso le proprie categorie, questo è un primo, sottile inganno. Anche in Italia il consumo di vino è in calo da decenni. Ma in Francia il fenomeno assume una gravità particolare, perché il vino non è soltanto un prodotto: è un pezzo del racconto nazionale, iscritto nel paesaggio, nella lingua, persino nella diplomazia. Rinunciare a produrlo tocca una corda identitaria che nessuna statistica cattura del tutto.
Due modelli: il volume e il valore
C’è poi una seconda insidia interpretativa, la più interessante per chi ragiona in termini di impresa. Guardando la classifica dei produttori mondiali, si potrebbe concludere che la Francia stia semplicemente perdendo terreno. Nel 2025 l’Italia si conferma primo produttore al mondo con circa 47,4 milioni di ettolitri, in crescita dell’otto per cento, davanti a una Francia scesa al secondo posto. Il volume, però, racconta solo metà della storia.
L’altra metà è il valore, e qui la gerarchia si rovescia. La Francia resta il primo esportatore mondiale di vino in termini di fatturato, con esportazioni che nel 2025 hanno sfiorato i dieci miliardi e mezzo di euro secondo la federazione degli esportatori francesi. Soprattutto, è il Paese che vende ogni litro al prezzo più alto: il valore medio dell’export francese ha toccato negli anni recenti livelli senza precedenti. Tre sole denominazioni, Champagne, Bordeaux e Bourgogne, concentrano circa il settanta per cento del valore esportato. La Francia produce meno dell’Italia, dunque, ma incassa di più. E questa non è una debolezza da correggere: è una strategia.
Qui si toccano due filosofie economiche distinte. L’Italia ha costruito la propria fortuna recente anche sulla democratizzazione del vino, con il caso emblematico del Prosecco, capace di conquistare i mercati mondiali proponendosi come alternativa accessibile e conviviale alle bollicine più costose. La Francia percorre la strada opposta: accetta di produrre e vendere meno, ma protegge ossessivamente il posizionamento alto delle proprie eccellenze. L’espianto, in questa logica, non è una resa. È lo strumento con cui si riduce l’offerta di vino comune, quello meno redditizio, per non trascinare verso il basso il valore complessivo del sistema. Si sacrifica il volume per difendere il prezzo.
È un ragionamento che qualunque manager riconoscerà: meglio un portafoglio più piccolo e più remunerativo che una quota di mercato ampia e in perdita. La differenza è che in Francia questa scelta industriale viene compiuta a livello di sistema-Paese, con il denaro pubblico e con la mano dello Stato. E questo ci porta al cuore della questione.
Lo Stato, il terroir e il diritto
Per comprendere davvero la crisi del vino francese occorre guardarla con gli occhi del giurista, perché in Francia il vino è prima di tutto una materia amministrata.
Fin dal 1935, con la creazione di quello che oggi è l’Institut national de l’origine et de la qualité (INAO), la Francia ha costruito il sistema delle appellations d’origine contrôlée, il modello a cui tutta Europa si è poi ispirata. Il terroir francese non è un concetto poetico: è una nozione giuridica, codificata in disciplinari minuziosi che stabiliscono dove si può piantare, quali vitigni, con quali rese, con quali pratiche. Il vino nasce all’interno di un’architettura normativa che lo Stato disegna e sorveglia.
Su questo impianto nazionale si innesta il diritto europeo. L’organizzazione comune del mercato vitivinicolo regola i diritti di impianto, gli aiuti, gli strumenti di gestione delle crisi. È proprio da qui che arrivano le due leve oggi al centro del dibattito francese: da un lato l’espianto sostenuto con fondi pubblici, dall’altro la distillation de crise, la distillazione delle eccedenze invendibili, trasformate in alcol per usi industriali per alleggerire il mercato. Non a caso Parigi ha chiesto formalmente alla Commissione europea di mobilitare la riserva di crisi comunitaria per finanziare questi interventi. La crisi viticola francese è, a tutti gli effetti, una crisi gestita a due livelli, quello nazionale e quello di Bruxelles.
Il confronto con l’Italia è illuminante. Anche il nostro Paese possiede un sistema sofisticato di denominazioni, le DOC e le DOCG, oggi ordinate nel Testo unico del vino del 2016. Ma la relazione tra Stato e settore è, da noi, più leggera e più frammentata. Il modello italiano è policentrico, affidato a una miriade di piccoli produttori, cooperative, consorzi territoriali dotati di forte autonomia. Quello francese è piramidale, presidiato da interprofessioni potenti e da un’amministrazione che interviene direttamente. Semplificando: in Italia il vino si fa, in Francia il vino si governa.
Cosa vede un imprenditore italiano
Traduco tutto questo in termini concreti, perché è nella prassi che le differenze si fanno sentire. Mi capita con regolarità di assistere imprese italiane che guardano alla Francia come a un’occasione. E l’errore che osservo con maggiore frequenza è proprio quello di leggere la crisi viticola come un mercato di saldi.
Immaginiamo un produttore italiano di spumante, solido sul proprio territorio, che decide di rafforzare la propria presenza in Francia acquisendo tenute o marchi in difficoltà. La lettura istintiva è seducente: se i francesi estirpano, ci sarà terra e ci saranno aziende a buon prezzo. La realtà è più ruvida. Le regioni ad alto valore, quelle che contano davvero, non sono in svendita e non lo saranno: chi possiede un ettaro nelle appellazioni prestigiose non ha alcuna ragione di cederlo a sconto. Le aree realmente disponibili sono invece quelle colpite dal declino strutturale, dove il prezzo basso riflette un problema che non si risolve con un cambio di proprietà. Comprare lì significa acquistare non un’occasione, ma una difficoltà.
A questo si aggiunge il fattore che l’imprenditore straniero sottovaluta più spesso: il peso dell’amministrazione. In Francia impiantare, riconvertire, cambiare destinazione a un vigneto significa muoversi dentro autorizzazioni, disciplinari, procedure che rispondono a una logica di tutela del patrimonio prima ancora che di libertà d’impresa. Il diritto francese del vino non è un ostacolo burocratico da aggirare: è l’espressione di una visione in cui il settore appartiene, in parte, alla collettività nazionale. Chi non lo comprende scambia una barriera culturale per un cavillo tecnico, e sbaglia strategia dal primo giorno.
L’osservazione che condivido più spesso con i miei interlocutori è dunque semplice nella forma e impegnativa nella sostanza: in Francia, entrare nel vino richiede di accettare le regole del gioco francese, che sono giuridiche, economiche e culturali insieme. Non basta conoscere il valore di un marchio o la resa di un ettaro. Occorre capire perché uno Stato è disposto a pagare per estirpare, e cosa questo dice del suo modo di intendere l’impresa.
Uno specchio, più che una sconfitta
L’espianto delle vigne francesi è uno specchio in cui si riflette il modo in cui un’economia matura affronta il declino di un settore identitario: con lo Stato, con il diritto, con la difesa del valore contro il volume, e con una certa malinconia consapevole. La Francia non subisce la crisi del vino, la amministra. Sceglie che cosa proteggere e che cosa lasciar andare, e lo fa con la freddezza di chi ragiona per generazioni, non per trimestri.
Per l’Italia questa vicenda vale come specchio e come avvertimento. Condividiamo con la Francia le stesse tendenze di fondo, il consumo che cala, i giovani che si allontanano dal vino, un clima che cambia le vendemmie. Le affrontiamo però con uno Stato più discreto e un tessuto produttivo più diffuso, che è insieme la nostra forza e la nostra fragilità. Guardare a come Parigi gestisce la propria transizione non serve a copiarne le soluzioni, che nascono da una storia diversa dalla nostra. Serve a capire un principio: che nei rapporti economici con la Francia anche la vigna, come quasi tutto ciò che tocca l’identità nazionale, resta in ultima analisi una questione di Stato. E chi vuole fare impresa oltralpe deve imparare a leggere quel principio prima ancora dei bilanci.
Chi è l’Avv. Aurora Visentin
Aurora Visentin è avvocata iscritta al Barreau de Paris e all’Ordine degli Avvocati di Milano. Fondatrice di AVB Studio legale e del network FrenchLex, assiste da oltre quindici anni imprese italiane nei rapporti con la Francia e interviene regolarmente come relatrice in convegni, attività formative e progetti internazionali. Si occupa in particolare di diritto vitivinicolo ed è socia di una cantina vinicola in Toscana, esperienza che le offre uno sguardo diretto sulle dinamiche economiche e culturali del settore.










