In Francia il modello sociale d’impresa non è mai soltanto un affare privato
Qualche anno fa un imprenditore lombardo, alla guida di una società manifatturiera solida e redditizia, decise di acquisire una piccola realtà produttiva nel nord della Francia.
L’operazione era stata studiata con cura: conti in ordine, un mercato promettente, un management locale competente.
Pochi mesi dopo, quando propose una riorganizzazione tutto sommato modesta di una linea produttiva, si trovò davanti a un passaggio che non aveva previsto.
La decisione, che considerava una prerogativa naturale della proprietà, richiedeva l’avvio di una procedura formale di informazione e consultazione dei rappresentanti del personale, con tempi definiti, verbali, il possibile ricorso a un esperto.
La sua reazione la ricordo, perché l’ho sentita ripetere, con parole quasi identiche, da molti altri imprenditori italiani negli anni: «Ma è la mia azienda!».
In quella frase, breve e istintiva, si condensa uno dei malintesi più profondi e più duraturi tra la cultura d’impresa italiana e quella francese.
Chi arriva in Francia con l’intenzione di fare impresa porta con sé, spesso senza esserne consapevole, una rappresentazione precisa: l’azienda è un bene di cui si è proprietari, e la proprietà conferisce il diritto di decidere. È una rappresentazione assolutamente legittima.
In Francia, però, incontra un’altra tradizione, giuridica e culturale insieme, che a quella stessa impresa attribuisce una dimensione che eccede la sfera privata.
È il tratto che definisce il modello sociale francese, e comprenderlo è la prima condizione per operare oltralpe.
Una parola, due immaginari
La difficoltà nasce prima del diritto, nel modo in cui la parola «impresa» viene istintivamente pensata nei due Paesi.
Nell’immaginario italiano prevale l’idea dell’impresa come proiezione di chi la fonda e la possiede: un progetto individuale o familiare, un patrimonio, una responsabilità che ricade in primo luogo su chi ha rischiato. È una visione che ha una sua nobiltà e che ha alimentato buona parte del tessuto produttivo del nostro Paese.
Nella tradizione francese l’impresa è pensata anche come una comunità e come un’istituzione. Non si tratta di una sfumatura retorica.
Nel diritto francese del lavoro l’entreprise è da tempo concepita come un corpo sociale dotato di interessi propri, distinti da quelli del solo titolare, e nel quale i lavoratori non sono soltanto contraenti ma membri di una collettività organizzata.
Questa concezione affonda le radici nel secondo dopoguerra: i comités d’entreprise nascono con l’ordinanza del 22 febbraio 1945, all’interno di quel programma di ricostruzione economica e sociale che avrebbe segnato in profondità la Repubblica Francese.
L’idea che i rappresentanti dei dipendenti dovessero essere informati e associati, in forme diverse, all’andamento dell’impresa non è quindi una concessione recente ma appartiene alla grammatica costituzionale ed economica del Paese da quasi ottant’anni.
Vale la pena ricordare che la stessa intuizione non è affatto estranea alla cultura giuridica italiana. L’articolo 46 della nostra Costituzione riconosce ai lavoratori il diritto di collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende, in vista della loro elevazione economica e sociale.
La differenza è che in Italia quel principio è rimasto a lungo largamente programmatico, mentre in Francia si è tradotto in istituzioni permanenti, in procedure, in prassi quotidiane che scandiscono la vita dell’impresa.

modello sociale francese
Il diritto che rende visibile una cultura
Il modo più chiaro per misurare questa differenza è osservare dove la Francia ha deciso di iscrivere la funzione sociale dell’impresa: non in una legge di settore, ma nel cuore del Code civil.
Con la legge n. 2019-486 del 22 maggio 2019, nota come loi PACTE, il legislatore francese ha modificato l’articolo 1833 del codice civile, che ora dispone che la società è gestita nel suo interesse sociale prendendo in considerazione le questioni sociali e ambientali connesse alla sua attività.
Il medesimo testo, all’articolo 1835, ha aperto alle società la possibilità di iscrivere nei propri statuti un insieme di principi cui la società intende destinare mezzi nello svolgimento della propria attività.
Durante i lavori parlamentari il relatore descrisse questo impianto come una «fusée à trois étages», un razzo a tre stadi: l’affermazione di un interesse sociale allargato, la facoltà di darsi una ragion d’essere, la qualifica di società a missione per chi volesse spingersi oltre.
Iscrivere nel codice civile che una società non è governata unicamente nell’interesse dei soci significa affermare, nel testo più solenne del diritto privato, che l’impresa ha responsabilità che superano il perimetro della proprietà.
Per un giurista italiano abituato a ragionare in termini di interesse dei soci e di massimizzazione del valore, questa scelta è rivelatrice. La loi PACTE ha reso esplicito nel diritto scritto ciò che nella prassi francese era già ampiamente operante ed dato forma di norma a una convinzione diffusa: l’impresa produce ricchezza, e insieme occupazione, coesione, effetti sul territorio, e di tutto questo deve rendere conto.
Il rito della consultazione
Dove la teoria diventa esperienza quotidiana è nel funzionamento del Comité social et économique, il CSE, istituito dall’ordinanza n. 2017-1386 del 22 settembre 2017, una delle cosiddette ordinanze Macron. Quel testo ha unificato in un’unica istanza le tre figure preesistenti della rappresentanza del personale: i delegati del personale, il comité d’entreprise e il comitato per l’igiene e la sicurezza.
Il CSE è obbligatorio in tutte le imprese con almeno undici dipendenti. A partire da cinquanta dipendenti acquisisce personalità giuridica, un bilancio proprio e un ventaglio ampio di attribuzioni economiche, tra cui il diritto a essere informato e consultato sulle scelte che incidono in modo significativo sull’organizzazione, sull’occupazione e sulle condizioni di lavoro.
È qui che l’imprenditore italiano incontra ciò che percepisce come un ostacolo.
Una riorganizzazione, un piano di investimenti, l’introduzione di una nuova tecnologia, un progetto di cessione: molte di queste decisioni non possono essere semplicemente adottate e comunicate. Devono essere precedute da una procedura di consultazione che ha tempi, forme e documenti propri, e che in caso di superficialità può essere contestata davanti al giudice. Chi proviene da un contesto in cui l’imprenditore decide e poi eventualmente informa vive questa sequenza come una perdita di controllo, e talvolta come una diffidenza preventiva nei confronti di chi rischia il proprio capitale.
Vale la pena guardare più da vicino a che cosa serve, nella logica francese, questo passaggio. La consultazione non attribuisce ai rappresentanti un potere di veto sulle scelte gestionali. Conferisce loro il diritto di comprendere, di interrogare, di formulare un parere.
Il suo scopo è fare in modo che una decisione, prima di essere eseguita, sia stata resa intelligibile alla comunità che ne subirà gli effetti.
I dati confermano che si tratta di un’istituzione radicata e, nel complesso, riconosciuta: l’ottava edizione del Barometro Syndex-Ifop sul dialogo sociale, pubblicata nel 2026, indica che l’utilità del CSE è riconosciuta dall’ottantasei per cento dei dipendenti e dal novantatré per cento delle direzioni aziendali. La stessa indagine registra però una divergenza istruttiva nel giudizio sulla qualità del dialogo sociale: i dirigenti gli attribuiscono un voto medio di 7,7 su 10, mentre i rappresentanti del personale si fermano a 5,1.
È lo scarto tra chi conduce il gioco e chi vi partecipa da una posizione più fragile, uno scarto che l’imprenditore straniero dovrebbe tenere presente.
Il costo del modello sociale francese
Nessun quadro sarebbe completo senza affrontare la questione che gli imprenditori pongono per prima, ossia il costo. Il modello sociale francese è tra i più protettivi e tra i più onerosi d’Europa.
L’istituto di ricerca economica Rexecode, in uno studio pubblicato nel giugno 2026, ha ricordato che la spesa sociale in Francia pesa il 32,3 per cento del prodotto interno lordo, contro una media europea del 26,5 per cento.
È una differenza che si riflette sul costo del lavoro, sulla fiscalità e, secondo molti analisti, sulla dinamicità del mercato del lavoro.
A questo si aggiunge un paradosso che disorienta chi osserva la Francia da fuori. Il tasso di sindacalizzazione, secondo la Dares, la direzione statistica del Ministero del Lavoro francese, è tra i più bassi del continente, attorno al dieci per cento e ancora inferiore nel settore privato. Eppure il peso istituzionale delle organizzazioni sindacali e della rappresentanza del personale resta considerevole. La spiegazione sta proprio nella concezione istituzionale dell’impresa. In Francia il potere della rappresentanza non discende dal numero degli iscritti, ma dal riconoscimento giuridico del suo ruolo. Le istanze rappresentative esistono e operano perché la legge attribuisce loro una funzione, indipendentemente da quanti lavoratori aderiscano formalmente a un sindacato.
Per l’imprenditore italiano tutto questo si traduce in una voce di bilancio che va oltre gli oneri contributivi. È un costo di tempo, di procedura, di attenzione. La tentazione è leggerlo come una zavorra e cercare di aggirarlo.
È una strategia che, nella mia esperienza, produce quasi sempre risultati opposti a quelli sperati. Il costo del modello francese acquista un senso solo se lo si mette in relazione con ciò che quel modello acquista: un grado di prevedibilità e di pace sociale interna all’impresa che, negli anni, ha un valore economico misurabile.
Una questione di traduzione
Torno all’imprenditore lombardo da cui sono partita.
La sua storia, come molte, non si è chiusa con quel primo scontro.
Nei mesi successivi scelse di prendere sul serio la procedura che all’inizio aveva vissuto come un’intrusione.
Convocò i rappresentanti prima del previsto, spiegò le ragioni economiche della riorganizzazione, ascoltò le obiezioni, ne accolse alcune.
La riorganizzazione andò in porto, con un clima interno che, mi disse tempo dopo, si era rivelato più sereno di quanto avesse temuto.
Aveva capito che in Francia governare un’impresa significa anche renderla comprensibile a chi vi lavora, e che questo esercizio, lungi dall’indebolire l’autorità, la consolida.
Fare impresa oltralpe richiede la traduzione di molti documenti: i contratti, gli statuti, le clausole, certo. Ma la traduzione più difficile riguarda una concezione, quella di che cosa significhi possedere e guidare un’impresa.
Le realtà italiane che durano in Francia sono quelle che hanno imparato a leggere la dimensione sociale dell’impresa non come una spesa da minimizzare, bensì come la condizione della propria legittimità.
Chi è l’avv. Aurora Visentin
L’avv. Aurora Visentin è iscritta al Barreau de Paris e all’Ordine degli Avvocati di Milano.
Fondatrice di AVB Studio Legale di diritto francese e del network FrenchLex, assiste da oltre quindici anni imprese italiane nei rapporti con la Francia, con una particolare specializzazione nel diritto vitivinicolo, ed è essa stessa socia produttrice in una realtà vinicola.
Interviene regolarmente come relatrice in convegni, attività formative e progetti internazionali.
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